mercoledì, settembre 19

Al Teatro dei 3 Mestieri, laboratorio teatrale di Marcela Serli

Al Teatro dei 3 Mestieri nientemeno che l’attrice, drammaturga e regista argentina di origini italo-libanesi, Marcela Serli.  Un laboratorio teatrale sulla narrazione del sé e lo spettacolo “Me ne vado” costituiscono una grande occasione per il pubblico messinese di conoscere un’artista di fama mondiale che negli anni ha applicato una ricerca stilistica sul miscuglio di forme a tematiche attuali, quali l’intolleranza politica e morale, l’identità di genere e il disagio psichico, puntando altresì sulla globalizzazione del linguaggio e sul caos ideologico applicato all’arte.
Direttrice artistica della Compagnia Teatrale Atopos, con la quale realizza una prima Trilogia sul genere e vince il Premio Dante Cappelletti 2010 Alle Arti Sceniche, Marcela Serli ha debuttato nel 2016 al Teatro Franco Parenti con un altro trittico: The Gender Show.
Ha firmato la drammaturgia e la regia di diversi spettacoli sia in Italia sia all’estero. È ella stessa attrice e per il cinema ha lavorato con Margarethe Von Trotta, Bigas Luna, Roberto Dordit, Paolo Fattori, Maurizio Zaccaro, Gianpaolo Tescari, Matteo Oleotto, Umberto Marino, Simone Rivoire.
Cantante, autrice e speaker radiofonica, Marcela Serli è insomma un’artista eclettica che merita senz’altro attenzione durante la sua permanenza sulle rive dello Stretto, per permettere la quale hanno lavorato alacremente Stefano Cutrupia e Angelo Di Mattia.
Il laboratorio teatrale è incentrato sul tema della rivoluzione, tra coraggio e paura, desiderio e fuga.
Partendo dal presupposto che il teatro esiste quando qualcuno ha una storia da raccontare e qualcun altro è disposto ad ascoltarla, si focalizza l’attenzione sulle potenzialità dei “comunicatori” e sui metodi, gli esercizi, la tecnica capaci di destare l’attenzione dello spettatore. Imparare dunque a capire qual sia la potenzialità del corpo e della voce, mettersi in gioco, controllare e perdere il controllo. Tenersi e lasciarsi andare. Marcela Serli lavora dunque sulla credibilità e sulla potenza vocale e fisica,
senza prescindere dall’essenzialità del ritmo; sulla percezione del proprio corpo, del suo peso e della sua occupazione nello spazio (esteriore e interiore); sulla percezione degli altri nello spazio e quindi del loro peso; sulle tecniche di improvvisazione e composizione. Dedicandosi altresì al lavoro da “performer”, in cui il corpo diventa dapprima strumento artistico, poi giunge alla teatralizzazione del sé.
“Me ne vado” è invece lo spettacolo che andrà in scena al Teatro dei 3 Mestieri di via Roccamotore sabato 17 marzo alle 21 e domenica 18 marzo alle 19.
“Andarsene è il pensiero costante di chi si sente straniero nel proprio paese, di chi si sente straniero ovunque. Come se la salvezza fosse muoversi! Chissà qual è la salvezza, chissà dove sta” Questa è la domanda che si pone Marcela Serli e da cui scaturisce il suo lavoro. “Me ne vado è un piccolo dolore. Parla delle paure che ho. Parla dell’odio che provo e che credo proviamo. Parla del desiderio di andarsene, anche da se stessi. È un viaggio crudele ma ironico intorno al mondo. Intorno alle storie del mondo.
Quelle storie che hanno fatto sì che gli uomini partano, se ne vadano. Se ne vadano alla ricerca di un luogo felice. O almeno vivibile. Nel ’99 sono stata in Albania, l’Albania si mostrò eccessivamente forte davanti ai miei occhi, per non vederla. Mi sorprese quel paesaggio umano così somigliante a quello della mia città, Tucumàn, in Argentina, così somigliante a Trieste, in quell’Istria che lasciò mio padre, alla Beirut che lasciò mio nonno quando se ne andò alla volta di Tucumàn.
Chiamo paesaggio umano quel paesaggio urbano, misto tra gente e luogo, misto tra abitanti di un luogo e il luogo stesso. Questi uomini e la loro terra non possono essere separati, perché questa terra ha fatto diventare così questi uomini, e questi uomini hanno fatto di questa terra quello che è. Sono legati loro malgrado per sempre. Anche quando se ne vanno. Così è stato per mio nonno. Così è stato per mio padre. Così per me.
Le ragioni. Quando le ragioni diventano troppo urgenti, quando le ragioni si fanno così numerose da accavallarsi, da mescolarsi fra di loro, fino a diventare solo una melma illogica di ragioni. A quel punto
non c’è famiglia, non c’è amore, non c’è patria che tenga. Il tuo partire diventa urgente, come una bomba, come una guerra, diventa cieco. E le ragioni se ne vanno a puttane. Perché a quel punto
l’urgenza è diventata tutto”.
Così Marcela Serli ha deciso di scrivere un testo che raccontasse, non in forma di narrazione, ma in forma di situazioni-poetiche, l’andarsene. Presumendo che il suo arbitrario punto di vista fosse sufficiente.
Me ne vado è uno sfogo. È lo sfogo di quattro generazioni di emigranti. Costruisce momenti di forte interazione con il pubblico, creando spazi di spaesamento profondo che riguardano sia le tematiche che lo attraversano sia l’idea di allestimento in sé.
Annunciando all’inizio provocatoriamente che non ci sono né scenografia, né costumi, né tecnico, né attori, l’artista argentina mette in evidenza la precarietà della ricerca di un luogo – non luogo dove vivere e da dove andarsene.

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