venerdì, dicembre 14

“Follower”. La disperazione sulla scena e la recitazione nella vita al tempo dei social

Un pugno allo stomaco per molte donne, la fame d’aria di Nina a rivivere le infinite volte in cui davvero ci è sembrato di non respirare, la disperazione nei suoi occhi e l’empatia, tutta femminile, nel sentirla. Ancora, il superamento del limite di un equilibrio contro cui la vita assiduamente attenta. Il senso di solitudine dal quale zampillano cantonate. E compagnie sbagliate.
Questi i fondali di certa psiche femminile, a dare voce alla quale ha superbamente provveduto Flavia Germana de Lipsis. Lei sola sulla scena a vivificare le comparse, fossero o meno proiezioni d’una più frivola coscienza, e sé stessa, non meno comparsa di altre in quel mondo per il quale il dolore è patetico, l’addio definitivo e la rinascita estemporanea.
Su quei fondali l’oceano in cui tutti poco per volta anneghiamo, quello virtuale, all’apparenza unico rimedio all’emarginazione, eppure eremo per eccellenza nell’era, paradossalmente, dei social.
La solitudine allora sembra un bugia. La disperazione facilmente governabile. E Nina, in quelle serate di locali e del nulla più pernicioso, aveva persino creduto di poter trattenere, di poter impedire all’anima di effluire. Fino a quando Peter non l’aveva convinta del contrario. Provvisoriamente salvandola.
Ma pare a nessuno sia data la chance di guarire le altrui insicurezze, di annullare la paura, di dileguare il caos.
Così quando Peter va via, anni dopo, Nina ripiomba in quel panico solo procrastinato. Le resta un utente, peterpeter1, ma è la porta sbattuta prima dei social, è quella spietata maniera di “bloccare” il passato, per ricominciare. “Follower” è allora la soluzione. È la sospensione virtuale e temporanea della solitudine. È qualcuno che ti segue, quasi fossi tu il centro del suo mondo. Follower è lo stalker desiderato, quello che se non ti segue non esiste, quello grazie al quale ti senti viva. E diva. “Chi mi ama mi segua” del resto.
Due occhi che spiano, però, non bastano. Nina non sa che farsene di due occhi qualunque. Nina, quantunque si ripeta “ce la faccio”, è ancora lì. Dove Peter l’ha lasciata. E tutto quel che fa o non fa è per lui. Nella speranza di rinascere un’altra volta ancora, e di rinascere migliore. Nina adesso sa che basta un attimo per perdere qualcuno. Ora lei comprende a cosa serva darsi la mano. Intanto il Follower continua a seguirla. Fino a quando, posando evidentemente gli occhi sulla debolezza, fugge. Come peterpeter1. Come tutti, quando a sipario calato torna la realtà.
Fosse o meno Peter il suo follower, Nina subisce l’ennesimo abbandono. Vaga allora alla ricerca di quell’uomo cui evidentemente lei non ha tenuto stretta la mano. Mentre le parole costituiscono il fiume in piena della disperazione. E quando arriva il momento dei post-it non ce ne sono più. Ché basta “Pietro! Nina” ad annullare un addio. Sempre che, nella realtà, un addio da annullare ancora vi sia.
È un mondo confuso quello che la drammaturgia di Pietro Dattola ha predisposto per Nina. La sfida era quella di trasferirlo dapprima sulla scena, poi di lasciargli lentamente graffiare quell’universo fragile, farneticante, finanche pietoso ma toccante, e più di tutto “vero”, che Nina conteneva. E in questo Dattola, pure alla regia, ha stravinto. Complice la destrezza con la quale Flavia Germana de Lipsis ha incarnato la sé più vera e la dilagante finzione di un mondo virtuale che ormai rimpiazza la vita.
Di nuovo stasera ai Magazzini del sale il petit bijou “Follower”, grazie al quale la compagnia DoveComeQuando si fa burla di questo mondo social nel quale si segue e si è seguiti, si appare e scompare, e tutto per il miserrimo fine di apparire. O di ricevere una manciata di like.

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