mercoledì, Giugno 26

Ninni Bruschetta nei panni di “Caino”, il braccio operativo della mafia

Il mio nome è Caino perché la prima persona che ho fatto ammazzare era come un fratello”. Caino, in abito scuro e papillon, si siede porgendo il profilo alla platea. Lì restituisce coerentemente al “Signor Giudice” il proprio autoritratto di mafioso, con le ciniche pennellature di chi quel “mestiere” l’ha ereditato e tanto valeva farlo bene, essere il peggiore.

Capimafia il padre e il nonno, loro che tuttavia non si erano mai sporcati le mani, limitandosi a ordinare quelle morti cui Caino avrebbe invece dovuto provvedere da sé, rendendo manifesta coi fatti la biblica ferocia contenuta nel proprio nome.

I contorni del male, risolutamente definiti dalla penna di Claudio Fava, modellano con precisione un individuo. E costui, nell’obbedienza a un destino già scritto, quel male si appresta a raccontarlo, impunemente e con l’impassibilità di chi al bene ha abdicato appena nato.

Ninni Bruschetta veste così i panni di Caino, adoperando il codice verbale del mafioso e assecondandone nei movimenti quel fluttuare misurato, appena percepibile. A ciò ben si prestano le note di Cettina Donato al pianoforte, che se non smorzano l’immoralità di Caino quanto meno ne sottolineano la miseria, l’immane pochezza, finanche la risibilità.

I deliri di onnipotenza sono del resto destinati a infrangersi con la realtà di un mondo ove le cosche mafiose si avvicendano, ove le calibro 38 son fatte per uccidere e non risparmiano nessuno, ove tutto risulta, in una parola, provvisorio.

Caino si fregia di aver regalato un’ora di vita a Totuccio. Eppure la sua stessa esistenza è legata a un impercettibile filo: il mitra che si inceppa, la pallottola che gli sfiora la giacca. È male, ed è lontano anni luce dal bene, quantunque Caino non ne comprenda le ragioni. Ma non è vita.

Alla sua personale miseria segue quella dei ruffiani, di quelli che, se non lo scelgono, il male preferiscono tuttavia non inimicarselo. Un valzer di uomini piccoli piccoli per i quali Caino è un trofeo. Pena a mai finire.

Al primo rifiuto innanzi alla commissione si schiude per Caino l’orizzonte di una Palermo anch’essa ruffiana, molle, muta, vecchia bagascia che volge altrove lo sguardo quando è giunta la sua ora.

Ed è peccato per Rosario, l’amico fraterno sacrificato sull’altare della mafia, peccato per quel mestiere, per sé, per tutto. È una vita buttata via, una della quale la narrazione restituisce la pochezza, sottraendola finalmente a quell’alone di eroicità che troppe volte, più o meno consapevolmente, ne ha occultato il risvolto meschino.

“Il mio nome è Caino”, prodotto da Maurizio Puglisi per Nutrimenti Terrestri, non si è posto l’obiettivo di sintetizzare una vita, semmai quello di denudare una coscienza senza che essa stessa ne fosse partecipe. Un’impercettibile flessione della voce, uno sguardo, un prolungato silenzio grazie ai quali meditare sul male.

Presenza energica sulla scena di Ninni Bruschetta, al quale non difettano certo le doti fisiche e tecniche richieste dal personaggio. Poco meno smagliante quando prova a intonare “My Funny Valentine”, più assistito dall’espressività e meno ahimè dalla voce.

La regia di Laura Giacobbe, ben distante tanto da funambolismi stilistici che puntassero all’immaginifico quanto dalla concretezza materiale volta a fornire una lettura puramente scientifica, ha di fatto mirato alla rappresentazione nuda e cruda di una natura umana senza la pretesa di risolverne il mistero. I costumi di Cinzia Preitano, l’allestimento scenico di Mariella Bellantone e le luci di Renzo Di Chio connotavano una precisa realtà, ben inserendosi nel prudente disegno registico di Laura Giacobbe.

Nulla era sfuggito alla penna di Claudio Fava, nella definitezza delle maschere, dei volti, delle coscienze. E nulla andava pertanto teatralizzato. Lasciare fluire il male, senza ulteriormente caricarlo, vuol dire del resto fissarne la grettezza. E insieme al male lascia fluire anche la rabbia, presa di posizione sul mondo cui esorta tacitamente il teatro.

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