martedì, Ottobre 27
Shadow

Sul terreno obliquo dell’anima, l’incontro di Caravaggio e Cervantes

Predomina il rosso dei drappi che separano due spazi concretamente e simbolicamente antitetici. Da una parte il buio, dall’altra la luce. Ed è qui che su una pedana obliqua giace, come addormentato, Miguel de Cervantes. Gli indumenti logori e della medesima tonalità dei drappi alle sue spalle. La mano sinistra fasciata a penzolare e contestualmente a stringere un contenitore cilindrico di manoscritti. Vesti e pelle sudicie. L’immobilità appena importunata da impercettibili movimenti che ne certificano la vita.
Quando si consegna alla luce e, da quella medesima pedana su cui è adagiato Cervantes, s’appresta a sproloquiare, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio interrompe la quiete dello scrittore spagnolo.
Messina, chiesa di Santa Maria Alemanna. La battaglia di Lepanto alle spalle, la peste appena fuori dalla porta. È un lazzaretto quello che i due artisti eleggono a momentanea dimora e, come tale, non contempla la possibilità di entrarvi e uscirci a piacimento.
L’incontro tra i due avviene sul terreno obliquo dell’anima, salendo e scendendo dalla pedana obliqua, spargendo infiniti di verbi che traducono sì il disagio esistenziale ma che pure sussurrano quell’umanissima bramosia del vivere. Resistendo alla morte.
Queste le premesse di quell’umano certame che si disputerà sul terreno dell’arte e della vita, zone entrambe imperscrutabili, zone d’ombra e di luce, di incertezza, di tormento, di segregazione. La quarantena è un’occasione, al contempo metafora del generale isolamento dell’artista, cui la società d’ogni tempo di rado ha dato il giusto riconoscimento.
Cervantes e Caravaggio sono gli esempi estremi, per reciproca indole e trascorsi, di anime votate alla tribolazione. L’uno vaga cercando il suo personaggio, dribblando il reale e cercando rifugio nel sogno. L’altro si àncora a una realtà che di fatto lo disdegna, eppure è determinato nella ricerca di un luogo in cui potersi finalmente dire salvo.
Cervantes sa ascoltare, Caravaggio guardare. È la specificità sensoriale di due uomini che esprimono in maniera differente la propria arte e che tuttavia condividono il medesimo confino. Non prestano ad altri i propri occhi, si affannano da soli per determinare le loro identità. Cervantes insegue Don Chisciotte e ne è a sua volta inseguito; Caravaggio si appropria delle altrui sembianze e le rende sacre. Consustanziazione e transustanziazione, all’infinito.
Cervantes proteso verso il sogno; Caravaggio perennemente intento a intrattenersi col vero.
Mentre respirano, sentono, sono sulla scorta di ciò che dipingono o scrivono.
Fuori il frastuono. Dentro la confessione.
Cervantes a credere nella prospettiva, Caravaggio a demolirgliela. Questo a scampare la morte, quell’altro a reclamare al personaggio ancora e ancora vita.
Lo scambio dialettico, il confronto, avanzando e indietreggiando, sproloquiando e lasciandosi travolgere dalle parole altrui, tutto quel che accade. Poi ci si mescola. Ci si amalgama per bene in quel rifugio predisposto per la malattia ove paradossalmente il contagio è letale. Caravaggio, col volto imbrattato di colori, imbratta il volto di Cervantes, appena nominato cavaliere. Ché come doveva essere è. Ché la guerra da combattere non è mai la stessa. Ché il cammino umano è sempre lastricato di incertezze. Ché tutto sembra finalmente convergere, anche lì dove la morte riporta al silenzio. Dove a chiudere il cerchio ci pensano i verbi all’infinito. Dove non v’è mai solo buio, o solo luce, o solo ombre.
Questa la sintesi, senza alcuna pretesa d’essere esaustiva, di “Quarantena. Chiostro-interno-notte-Cervantes/Caravaggio”, ultimo appuntamento della V stagione di Atto Unico. C’era talmente tanto tra le pieghe della scrittura di Auretta Sterrantino che sarebbe impensabile estrapolarlo dall’unico spazio in cui la drammaturgia trova la sua stessa ragione d’essere: il teatro. Certo è che d’un così lirico testo sono stati degni interpreti sulla scena gli attori Michele Carvello e Marcello Manzella, entrambi a comunicare l’essenza d’una avventura umana con quell’urgenza di essere e di dire che anima la recitazione pura e fugge l’esibizione di maniera. Lo straniamento all’occorrenza, nulla che non fosse giustificato dal contesto e dai contenuti. La fisicità costantemente al servizio del codice verbale.
E, nella duplice veste di autrice e regista, Auretta Sterrantino ha fatto sì che il lavoro scenico desse proprio l’idea di esser germogliato da un’autentica intima necessità intellettuale. Alla base una precisa percezione del mondo, dell’arte e dell’uomo.
Assistente alla regia Elena Zeta, le scene e i costumi di Valeria Mendolia, il disegno luci di Stefano Barbagallo e le musiche, volutamente sporche come sporchi erano Cervantes e Caravaggio, e come sporca è la vita, di Filippo La Marca.
Dulcis in fundo, il plauso all’idea di Stefano Barbagallo e Auretta Sterrantino, preludio a tutto quel che è poi andato in scena. Ché le idee sono sempre l’ultima frontiera da abbattere, quando si resiste.

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