domenica, Luglio 5
Shadow

Tra mito e poesia al Vittorio Emanuele il Pirandello monumentale di Lavia

Io ho paura, ho paura. Queste le ultime cinque parole scritte dal grande drammaturgo Luigi Pirandello. Le conclusive e significative parole dell’incompiuta I Giganti della Montagna, testamento poetico e umano del maestro siciliano, per l’ultima e meravigliosa opera del 1933.

Ieri sera al Teatro Vittorio Emanuele ha debuttato ( e in scena sino al 5 febbraio) uno dei spettacoli più belli, non solo della stagione, ma degli ultimi anni.

L’ultimo capolavoro pirandelliano interpretato e diretto da un grande Gabriele Lavia, dopo i Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca, chiude la sua personale trilogia pirandelliana con I giganti della montagna, l’ultimo dei miti, testamento artistico di Luigi Pirandello, punto più alto e sintesi della sua poetica.

,Una compagnia di teatranti guidata dalla contessa Ilse arriva alla villa detta La Scalogna dove vive uno “strano” mago che dà loro rifugio, attorniato da un gruppo di scalcinati saltimbanchi e musicisti.

Ad accogliere il numeroso pubblico presente in platea, l’imponente scenografia di Alessandro Camera, un retro teatro nel teatro (da sempre croce e delizia di Pirandello), che una volta alzato il sipario, svela quel che rimane del vecchio teatro: qualche poltrona, ed i loggioni risparmiati dalla parziale demolizione ed un mal ridotto pianoforte.

Lontano dalla civiltà e dal mondo “reale”, in questo teatro adiacente alla villa “La Scalogna”, popola la scena una moltitudine chiassosa, capitanata dal “mago” Cotrone – alter ego dell’autore – la variopinta fauna degli Scalognati – splendidi i costumi di Andrea Viotti – in un mix tra i personaggi coloratissimi onirici di Fellini ed il Cappellaio Matto di Tim Burton.

A sconvolgere la “tranquillità” del luogo, l’arrivo con i capelli rossi sciolti, seminuda, della Contessa Ilse ( Federica di Martino) con i resti della sua compagnia. Un’invasata del teatro che ha dilapidato i beni del marito per rappresentare la 2Favola del figlio cambiato” scritta da un giovane poeta che l’amava e che si è suicidato per lei, mentre la donna (la interpreta con scatti nevrotici in stile Anni Trenta, da Federica Di Martino) incapace di vivere nella realtà, trascina con sé alla rovina i resti di quella che fu, un tempo, la sua compagnia.

Con l’abbattimento della quinta parete, sin dalle prima battute, i personaggi animano il  Vittorio Emanuele, con incursioni ora dal palco ora dalla platea.

Quella di Lavia una splendida e fedele riproposizione del testo, seppur differente dalla storica messa in scena di Strehler, in cui viene a dominare la grettezza e la volgarità, in cui oggi come nel 1933, il mondo che non può capire la poesia, è destinato al fallimento e all’insuccesso.

I Giganti pirandelliano sono dei mostri senza tempo e tristemente contemporanei, uomini del fare impoveriti d’anima, fatti di carne e di forma e “ogni forma è morte” come sottolinea Cotrone.

Gli Scalognati non sono altro che apparenza tra apparenze e quindi più veri e “reali”, privi del necessario ma abbondanti del superfluo, proprio per questo padroni di tutto e di niente.

A differenza dei teatranti, attori spiantati che hanno sposato la missione della contessa in cambio di potersi esibire innanzi ad un pubblico, ma rancorosi e tristi, dipendenti ed innamorati di Ilse.

Se nel primo tempo i colori, l’allegria, la magia del nulla e del teatro, balli e canti son i protagonisti della scena, nella seconda e più intensa parte, i fantasmi, il cinismo ed il metateatro del maestro prendono il sopravvento.

Emarginati fino a quel momento nella propria illusione che il Teatro possa essere il Luogo Assoluto, fuori da ogni contaminazione, lontano da quei Giganti, Cotrone e compagnia, si trovano a confrontarsi quelle “forze brute”, con quegli uomini (forse noi stessi!) che hanno dimenticato la coscienza della loro origine, snaturati dal non voler conoscere se stessi.

E dunque non possono far altro che continuare a uccidere la “poesia originaria” nata come specchio dell’uomo… uccidere il Teatro.

Lavia danza da par suo sulla superficie dell’opera pirandelliana, ed è una gioia per gli occhi dello spettatore da qualunque punto di vista, in grado di tenere altissima l’attenzione per l’intera durata dello spettacolo, merito da condividere con tutti gli ottimi protagonisti.

Sino alla paura, sino all’ingombrante silenzio che cala una volta e per sempre il sipario sul più grande drammaturgo del ‘900.

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